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BEAUTY NEWS

From Nadja Swarovski joining forces with the United Nations to a worldwide move towards reusing fabrics and yarns, people who care about helping the planet to survive are changing the business of fashion.

Nadja Swarovski talks One X One, New York
Nadja Swarovski talks One X One, New York
Swarovski/Samantha Nandez/BFA.com

The UN initiative has the thoughtful title of One X One, with a mission to create positive impact and drive lasting change in the fashion industry. The idea is to combine companies that promote sustainable innovation. 

‘Good for the Earth, good for people’ is the message, and in 2020 it coincides with the celebration of Swarovski’s 125 years.

Nadja Swarovski with SuzyNadja Swarovski and Celine Semaan Toast One X One: The Conscious Design Initiative
Nadja Swarovski with Suzy
Swarovski/Samantha Nandez/BFA.com

“We are a brand driven by innovation, creative collaboration and responsible practices,” said Swarovski, “and we are delighted to support this new global initiative to connect the talent of the future with the businesses and individuals who can help create dynamic impact and lasting change”.

Celine Semaan, founder of the sustainability design agency Slow Factory, said that they were proud to partner with Swarovski in collaboration with the United Nations Office For Partnerships and “to lead the industry forward by example”.

Gabriela Hearst

“Repurpose with a purpose,” announced Gabriela Hearst  as she looked at the hefty blocks of shredded paper from a recycling facility in Brooklyn that formed the background of her Autumn/Winter 2020 show.

But that was not all the designer had to offer in terms of thoughtful ways to help the planet. Notebooks – for those who still write – were also on hand and sleep masks, both made from leftover threads of cashmere.

Patterns from the past that look to the future from Gabriela Hearst, Autumn/Winter 2020
Patterns from the past that look to the future from Gabriela Hearst, Autumn/Winter 2020

Gaby – as she is known – is proof that that where there’s a will to think about the larger universe, there’s a way. Two of her contrasting concepts were cashmere corduroy, smooth as the proverbial silk, and duffle bags lined in cashmere but with outsides made from torn antique rugs found in Turkish markets. The clothing alternative was to make the material into jackets, which the designer says lets customers feel that they are not deliberately buying something worthy, while also maintaining her company’s reputation for taste.

Coherent, visionary style from Gabriela Hearst, Autumn/Winter 2020FASHION-US-GABRIELA HEARST
Coherent, visionary style from Gabriela Hearst, Autumn/Winter 2020
ANGELA WEISS

Employing a historic vision, there were references to the past – patterns that could be traced back to 3000 BC, when both weaving and painting began.

Patterned sides were a feature of the Autumn/Winter 2020 Show by Gabriela Hearst
Patterned sides were a feature of the Autumn/Winter 2020 Show by Gabriela Hearst

The designer wisely studies the past but makes her clothes for the present and future. And her influences of the season went back only to the era of Bob Dylan and the late Sam Shepard, although she also included in her inspiration list the Dalai Lama’s studio and the symbolism of Greek mythology.

Urbane, intelligent city looks from Gabriela Hearst, Autumn/Winter  2020
Urbane, intelligent city looks from Gabriela Hearst, Autumn/Winter  2020

It was to Gaby’s credit that with all that in her head she produced such a coherent and stylish collection. It started with colour – tailored suits in shades of beige moving to dresses in sunshine-yellow and coral. But the shapes still worked in black and the few pieces made from historic rugs were elegant, not in a hippy-deluxe way, but as wearable city clothing. Even the insertion of a pattern down the sides of a beige leather coat or dress was far from hippie territory.

Silky-smooth corduroy from Gabriela Hearst, Autumn/Winter 2020
Silky-smooth corduroy from Gabriela Hearst, Autumn/Winter 2020

The Gabriela Hearst business has always focused on knitting and tailoring. In this collection, she achieved just the right balance between those two skills and made them a fine match. The result was a collection about sustainability but never with that twinge of Jesus-sandals and worthy looks. This collection was not only about thoughtful dressing but also fashion elegance.



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Pronte per una nuova sessione di shopping, per scegliere tra i capi delle collezioni moda Primavera Estate 2020? Seguendo la nostra mappa delle tendenze della prossima stagione, abbiamo stilato i must have del guardaroba, scrutando tra le proposte di Zara, Mango, H&M e & Other Stories. 

Ai capi basic che sono tornati in voga, come la camicia bianca, abbiamo selezionato giacche safari, gilet à la francaise e sandali slides da abbinare ad ampi vestiti floreali o ricchi di balze. Per quanto riguarda i "bottoms": gonne longuette o in denim, jeans larghi e shorts da indossare con leggerissime bluse di chiffon di seta. 

Infine, i capi di knitwear: ampi cardigan e set di maglia, per copiare lo stile di Katie Holmes.

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Lavorare nella moda è sempre stato il vostro sogno? Studi nelle scuole più importanti del settore e talento - assolutamente indispensabile - non bastano per trovare lavoro, ad esempio, come fashion designer, modellista, product manager, visual merchandiser, arti director o communication specialist nel settore del lusso e della moda. 

Il curriculum e il fashion portfolio sono fondamentali ma è importante anche sapersi “raccontare” in occasione del colloquio di lavoro.

Appuntamento con gli Head Hunter

Durante la Milano Fashion Week  all’interno di FRAME Condé Nast, in Piazzale Cadorna 7, sarà allestito Vogue Talents pop-up store, uno shop dedicato alla vendita di una selezione di brand italiani di nuova generazione. 

Qui il 21 febbraio dalle 16 alle 18 ci sarà una grande occasione per tutti coloro che vogliono lavorare nella moda: si potrà avere un vero e proprio colloquio one to one con un fashion recruiter del team di Between Design Research, che da vent’anni lavora con i maggiori brand internazionali della moda e ha sede a Milano e a Shanghai. I partecipanti potranno veder valutato il proprio curriculum ed entrare nel loro pool di talenti. 

Non solo: il colloquio potrebbe essere occasione per dare inizio alla propria carriera nella moda, grazie alle ricerche su cui il team sta lavorando ora, in particolare per un apparel and communication graphic designer e un design coordinator per una start up streetwear a Milano. Sono numerose, inoltre, le posizioni per cui le ricerche sono aperte sul sito degli head hunter. 

Un'occasione da non perdere!



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Tutto è iniziato nel 2019 quando il celebre brand di abbigliamento outdoor fondato nel 1957 a Toronto ha deciso di celebrare l’heritage della popolazione originaria dell’Artico con una speciale collezione di parka realizzati dai più abili sarti Inuit. Ma non solo: l’obbiettivo, infatti, era anche quello di creare un vero e proprio programma d’impresa su larga scala per gli abitanti della zona del Nunangat, che avrebbe oltretutto permesso al mondo intero di conoscerne creatività e abilità sartoriali. Il risultato? Giacche realizzate a mano, non solo belle e hand-made ma soprattutto in grado di resistere a temperature estreme. Giunto alla sua seconda edizione, nel 2020 Project Atigi non smette di evolversi e, in collaborazione con l’associazione benefica Inuit Tapiriit Kanatami (ITK), presenta ben 90 nuovi capi creati da 18 designer provenienti da 12 differenti comunità della regione.

Parniga Akeeagok, una delle designer di Project Atigi
Parniga Akeeagok, una delle designer di Project Atigi

Partner anche di Polar Bear International, ONG che si occupa della protezione dell’orso polare, Canada Goose conferma ancora una volta di avere a cuore la salvaguardia della regione, come racconta Dani Reiss, presidente e CEO del marchio «il nostro brand è nato a Nord e sentiamo di avere la responsabilità di sostenerne gli abitanti creando opportunità in grado di celebrarne il talento, la cultura e la tradizione locale» e prosegue «le popolazioni di quest’area, caratterizzata da un clima estremo, hanno da sempre realizzato a mano i propri parka ma, fino ad ora, le loro creazioni non erano accessibili per chi vive al di fuori della loro comunità. Con Project Atigi vogliamo utilizzare il successo e la visibilità di Canada Goose per permettere al pubblico globale di avere accesso alla creatività del posto». L’iniziativa ha riscosso da subito un grande successo, quali sono i progetti per il suo futuro? «Siamo solo all’inizio ma puntiamo a continuare a crescere e innovare. L’anno scorso abbiamo debuttato con 14 parka, quest’anno ne sono stati realizzati 90. Il nostro sogno è riuscire a crearne migliaia».

I 18 parka parte della colelzione Project Atigi
I 18 parka parte della colelzione Project Atigi

Come è nata la nuova collezione? ‘Lo scorso Agosto, in partnership con ITK, abbiamo lanciato una call to action per invitare designer e artigiani del Nord del Paese a collaborare con noi. Ne abbiamo selezionati 18 e ad ognuno abbiamo commissionato un parka, declinato in cinque taglie, realizzato mixando i materiali forniti da noi a stile e pattern personali. La collezione è stata poi resa disponibile online e in negozi selezionati del nostro brand. I ricavati, sempre grazie alla mediazione di ITK, vanno poi direttamente alle comunità Inuit. Com’è stato accolto questo progetto dal pubblico? ‘La risposta è stata così positiva che le giacche sono state acquistate in tutto il mondo. Questo ci incoraggia ad andare avanti e a pensare a nuove iniziative. Project Atigi è un modo per far conoscere la cultura delle popolazioni Inuit e farne apprezzare ovunque le abilità: ecco perché la collezione è stata presentata ufficialmente a pubblico e media a Parigi e a New York’.

Se non avete modo di raggiungere una delle due mete della moda, non temete. I parka di Project Atigi sono infatti disponibili sullo store on-line del brand. In alternativa basta scrivere all’indirizzo e-mail projectatigi@canadagoose.com per avere tutte le informazioni necessarie all’acquisto.



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Il tempo è prezioso. Di più, è un regalo. Amici per il Centrafrica Onlus lo sa e con la sua nuova iniziativa “Dona un'ora” ne riconosce entrambi i valori. Come funziona? Basta scegliere la persona a cui si vuole dedicare del tempo che riceverà una mail con il vostro impegno e promessa. Dall'altro tramuta i minuti in impegno concreto per i progetti dell'Associazione che, come vi abbiamo raccontato in questo articolo, sviluppa e promuove istruzione, cure sanitarie e formazione nella Repubblica Centrafricana e nelle aree circostanti. 

“La Onlus è formata solo da volontari, tutti i passaggi sono trasparenti”, ci spiega Paola Minaccioni, attrice italiana di cinema e teatro dal grande talento. “Mi sono avvicinata ad Amici per il Centrafrica proprio grazie a Carola, amica che fa parte della Onlus, che mi ha trasmesso tutto l'amore e l'impegno dell'Associazione”. Paola non è mai stata in missione con i volontari, ma come ci racconta “Non vedo l'ora, sarebbe un regalo che farei soprattutto a me stessa”. Di regalo, in realtà, l'attrice ne ha già in serbo uno. Andrà infatti in scena, il prossimo 19 aprile, al Teatro Serassi, Villa d’Almè (BG), per una serata benefica confermando ancora una volta il suo sostegno a favore dell’Associazione Amici per il Centrafrica.

L'attrice Paola Minaccioni
L'attrice Paola Minaccioni

In scena il suo monologo Dal vivo sono molto meglio - prodotto dal TSA, Teatro Stabile d’Abruzzo, in collaborazione con la Stefano Francioni Produzioni - dove Paola interpreterà i suoi personaggi, nati in televisione, al cinema o alla radio, mostrando uno spaccato della nostra società contemporanea. L’incasso della serata sarà totalmente devoluto all’Associazione Amici per il Centrafrica a sostegno del Progetto “La Scuola dei Mestieri”.

Uno spettacolo da non perdere che, tanto per capirci, sarà presentato anche a New York all'interno di una rassegna dedicata al Teatro Italiano e, nello specifico, a Franca Valeri. Non solo: “In questo momento sono felicemente impegnata", ci racconta Paola. "Sta per partire infatti la tournee teatrale di Mine Vaganti, indimenticabile film di Ferzan Ozpetek che è anche regista della pièce. Uno spettacolo davvero bellissimo e commovente". 

Una vita di impegni e comunque il tempo… di donare tempo. Che poi è quello che fanno, tutti i giorni, i volontari di Amici per il Centrafrica Onlus. Che poi è quello che possiamo (e un po' dobbiamo) fare anche noi. 

Per informazioni: http://www.amicicentrafrica.it/author/aca/



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Diciamo le cose come stanno: c’era ben poco di eccezionale alla New York Fashion Week questa stagione. Il calendario della moda uomo della CFDA era esiguo, e per quanto riguarda la moda donna, che negli ultimi anni ha regalato un'interessante e ricca selezione di talenti emergenti, questa stagione ne ha presentati davvero pochi. E in un momento in cui ci si domanda quale sarà il futuro della New York Fashion Week, era proprio sui giovani emergenti che tutti puntavano perché a New York si riuscisse a superare questo periodo difficile. Il lato positivo? I pochi emergenti che hanno sfilato non hanno per nulla deluso. Tre designer in particolare si sono fatti notare: Rentrayage, Collina Strada e Linder, per il loro utilizzo di tessuti upcycled, alternativi e sostenibili. In un momento di greenwashing come questo, in cui parlare di sostenibilità è “trendy,” solo una parola sulla bocca di tutti e poco altro, abbiamo bisogno di azioni concrete.  E questi tre brand stanno davvero dando il buon esempio.

Rentrayage

Rentrayage, lanciato lo scorso febbraio da Erin Beatty, questa stagione ha presentato la sua terza collezione. E se il nome della stilista vi suona famigliare è perché Beatty, insieme al cofondatore Max Osterweis, era la mente dell’acclamata linea green, Suno, che ha chiuso i battenti nel 2016. Nella vita di Beatty sono successe molte cose a quel tempo, dal punto di vista politico, ambientale e personale, cose che hanno poi fatto da elemento catalizzatore per la creazione del suo nuovo brand. Rentrayage, che in francese significa rammendare, riassume alla perfezione lo scopo della sua nuova impresa. Beatty crea i suoi abiti usando esclusivamente capi vintage o di seconda mano, oltre a tessuti upcycled o giacenze di magazzino. La sua ricetta vincente è questa: scomporre capi già esistenti e ricostruirli inserendo anche tessuti upcycled. Uno dei capi di spicco di questa stagione è una giacca costruita riutilizzando una giacca militare, mezza in denim e mezza verde. Un altro era un trench abbinato a un blazer in velluto rigato. A causa della natura stessa del processo creativo, ogni capo è, essenzialmente, un pezzo unico. Beatty si fa una domanda: “che tipo di abbigliamento desideriamo quando vestirsi sembra una cosa frivola?” Forse Rentrayage ci offre la soluzione eco-consapevole che possiamo tutti mettere in pratica.

Rentrayage
Rentrayage
Photo by Georgia Hilmer Rentrayage
Rentrayage
Photo by Georgia Hilmer 

Collina Strada

La designer di Collina Strada, Hillary Taymour, è stata una delle prime, molto tempo fa, a occuparsi di moda consapevole e rispettosa dell’ambiente, alzando il livello del discorso, e spingendosi oltre i limiti per quanto riguarda il nuovo design green. Per il numero di Vogue Talents di Febbraio 2020 abbiamo incontrato Taymour, che ci ha spiegato le nuove tecniche utilizzate per la collezione che ha appena presentato, usando bucce d’arancia e petali di rosa per creare un nuovo tessuto sostenibile. Nella collezione sono stati impiegati anche giacenze di magazzino e capi upcycled acquistati al mercato di Kantamanto ad Accra, in Ghana, senza dubbio il più grande mercato di abiti usati dell’Africa e forse del mondo. Nelle note alla sfilata, Taymour afferma che “almeno 15 milioni di capi ‘donati’ arrivano ogni settimana in questo mercato dal Nord del mondo”, che a loro volta riempiono all’inverosimile le discariche e diventano rifiuti: sono numeri sconcertanti. Prima dell’inizio della sfilata, nel suo stile tipico, Taymour ha organizzato una presentazione per spiegare al pubblico presente gli effetti del consumo di plastica, oltre a dare consigli su come vivere in modo più consapevole. E come dice la stessa designer, “stiamo raccogliendo la nostra m***da.”

Collina StradaCollina Strada FW20 Runway Show
Collina Strada
Matteo Prandoni/BFA.comCollina StradaCollina Strada FW20 Runway Show
Collina Strada
Matteo Prandoni/BFA.comCollina StradaCollina Strada FW20 Runway Show
Collina Strada
Matteo Prandoni/BFA.com

Linder

È dal 2016, anno del debutto, che i designer di Linder, Sam Linder e Kirk Millar, inseguono le loro passioni. Ma Linder e Millar, che un tempo disegnavano insieme le loro collezioni uomo e donna, per un certo periodo avevano deciso di ‘dividersi e conquistare’, con Linder a capo della divisione donna e Millar di quella uomo. Dopo aver sperimentato con diversi stili e sensibilità, i due sono di nuovo, fortemente allineati, insieme per la collezione autunno inverno 2020 2021 e per il futuro del brand. Tanto per cominciare, i due hanno parlato in modo esplicito delle difficoltà avute in passato con i retailer tradizionali e hanno infatti modificato le loro strategie di vendita: oggi vendono direttamente al consumatore, il che ha dato loro una maggiore libertà anche per quanto riguarda il processo creativo. Ecco perché i due stilisti hanno deciso di usare tessuti rimasti inutilizzati  e capi upcycled per le loro collezioni. “Ci sono già così tanti vestiti nel mondo”, fa notare Linder mentre indica su una rella una serie di maglioni che scoprono una spalla. “Abbiamo comprato venti di questi maglioni vintage, li abbiamo scomposti e poi rimessi insieme.” Un altro completo, trench più pantaloni ruggine, è stato creato utilizzando giacenze di magazzino acquistate in Italia. E con il “tocco” di Linder, nessuno potrebbe mai immaginare che la collezione è stata creata con materiali di seconda mano.

Linder
Linder
Photo Courtesy of Linder Linder
Linder
Photo Courtesy of Linder 

Millar, invece, si è immerso completamente nell’estetica upcycled del progetto, mettendo insieme maglioni poco costosi, stampe geometriche, patchwork di denim e stravaganti stampe in stile rinascimentale. Un tipo di estetica che lui sente più sua, fra l’altro. “Volevo inserire nella collezione texture che evocassero un senso di vecchio e di usato. Gli abiti nuovi, impilati uno sopra l’altro, mi danno l’idea di plastificato, di ‘lucido’, è quello che siamo abituati a vedere nella moda. Non indosso capi che sembrano troppo perfetti”, dice Millar. “Non tratto le cose in modo delicato o affettato, e credo che questo mio atteggiamento traspaia negli abiti. Volevo celebrare la bellezza dei tessuti e degli abiti che ‘smembro’.” Per questa stagione il brand ha collaborato con Marc Domingo Armitano, creatore delle meravigliose Botticelli Ceramics. E forse non c’è niente di più sostenibile che riutilizzare e riciclare quello che già esiste nel mondo. Le difficoltà che i due designer affrontano quando usano giacenze di magazzino, o quando rivisitano capi upcycled, è la capacità di adattarsi alle esigenze di chi compra, come sottolinea Linder, “cerchiamo di usare tessuti il più possibile simili fra loro, ma il cliente dovrà accettare il fatto che saranno leggermente diversi.” E questo significa che se uno stilista decide di modificare le tecniche e il processo produttivo, noi, in quanto consumatori, abbiamo un compito importante: sostenere un’industria della moda “slow” che è perfettamente imperfetta.

Linder
Linder
Photo by Kirk Millar Linder
Linder
Photo by Kirk Millar 


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Immagini che segnano il passare del tempo e l'evolversi delle stagioni, e che catturano l'essenza delle collezioni presentate dai designer. Per la Primavera Estate 2020, il messaggio trasmesso è quello di energia e vitalità, due concetti profondamente radicati nell'estetica e nella poesia della bella stagione, che porta con sé un desiderio di spensieratezza, una ricerca di capi leggeri, dalle silhouette romantiche, ricche di quei colori impliciti al risveglio della natura. Per ogni dettaglio sulle nuove campagne pubblicitarie della Primavera Estate 2020, leggete il nostro articolo.

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Il Fashion Portfolio è il biglietto da visita di ogni creativo, in particolare per i fashion designer è il modo di farsi conoscere da head hunter e dagli HR delle maison.  Si tratta infatti di un documento di presentazione indispensabile per presentarsi a qualsiasi colloquio di lavoro, per partecipare ai concorsi e per entrare nelle scuole di moda più importanti. In poche parole: per studiare moda e per lavorare nella moda, il portfolio è il punto di partenza.  

Cosa si inserisce in un portfolio?

Il portfolio raccoglie tutti i migliori lavori del creativo: progetti accademici o realizzati per concorsi, idee realizzate per il proprio brand o per altri brand e per collaborazioni che si sono messe in atto in passato. Non solo: può essere anche un diario visuale di ispirazioni, una raccolta di moodboard.

Nel Fashion Portfolio si possono quindi includere:

  • Figurini e sketches relativi a capi e accessori

  • Fotografie di capi realizzati, anche corredati da immagini “di backstage" o del ”making of";

  • Moodboard

  • Lookbook completi di precedenti collezioni firmate

  • Materiale relativo a collezioni e collaborazioni precedenti

  • Ricerche di tendenza

  • Ricerche di tendenze, materiali, colori,

  • Tutto quanto racconta il mondo del creativo

  • un cv aggiornato con formazione, esperienze, professionalità

È importante che il portfolio dimostri al tempo stesso l'identità del creativo ma anche la sua capacità di esser versatile e di adattarsi a diversi committenti: starà poi all'head hunter o al responsabile risorse umane che leggerà il portfolio valutare se per la posizione nell'ufficio stile in cui cercano una figura "funzioni" con chi firma il portfolio. 

Il portfolio può essere digitale o cartaceo: il vantaggio del digitale è quello di poter essere facilmente condiviso e utilizzato in diverse occasioni, mentre il portfolio cartaceo permette di toccare con mano, ad esempio, la ricerca materica che ha fatto il fashion designer o il creativo ma è di solito un “unicum” che funziona per le occasioni in cui si ha la possibilità di incontrare personalmente i talent scout e gli head hunter. 

In occasione della settimana della moda di Milano, all'interno del primo pop-up store di Vogue Talents vi sarà occasione vedere valutato il proprio portfolio e ricevere un feedback sulle proprie creazioni ed esperienze. 

Il 19 febbraio, infatti, dalle 16 alle 18 due editor della redazione di Vogue Talents saranno a disposizione di studenti e creativi Portfolio Review.

Per prendere parte all'appuntamento è necessario essere selezionati: la candidatura va inviata tramite la mail portfolioreview@condenast.it



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Ci siamo. Dopo mesi di rumors ed attesa possiamo finalmente vedere Robert Pattinson indossare il costume di Batman. A dare il primo clamoroso sguardo sul nuovo cavaliere oscuro è stato il regista Matt Reeves che ha condiviso online un camera test con l'attore vestito con l'armatura dell'Uomo Pipistrello.

https://twitter.com/mattreevesLA/status/1228093055103881216

Una visione ammantata di una luce rossa, inquietante e densa, che già ci permette di entrare nel mood di quello che ci è stata raccontata come una detective story, più che come un film d'azione.

Oltre alla presenza di Pattinson, il nuovo Batman vedrà anche  Colin Farrell nei panni del Pinguino, Zoë Kravitz in quelli di Cartwoman e Andy Serkins in quelli del fidato maggiordomo Alfred.

A questo punto non ci resta che attendere nuove foto dal set di questo nuovo Batman. 



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I nuovi programmi di scrittura sono in grado di predire le nostre mosse. Se in possesso di due o tre parole chiave, mi farebbero arrivare in fondo alla frase, e a quel punto ne saprebbero abbastanza per giocare d’anticipo, finendo il pezzo molto prima, e soprattutto molto meglio, di quello che riuscirò a fare io. Si chiama intelligenza artificiale. È già in mezzo a noi, ma si nasconde. Pochi ne conoscono le potenzialità, meno ancora i limiti. Però, un’umidissima mattina sotto Natale, a Milano, io l’ho vista giocare a tennis. Ora ve lo racconto, ma con un’avvertenza.

Quella che segue è la cronaca dell’incontro con un tennista Gen che – sorpresa – è anche un italiano Next Gen. Mettete quindi da parte quello che credete di sapere di Jannik Sinner – che è nato 18 anni fa in Alto Adige, dove i genitori gestiscono un rifugio in alta montagna; che ha cominciato a fare sport sciando (benissimo) e poi ha continuato giocando a tennis (ancora meglio); che secondo molti in un paio d’anni potrebbe arrivare molto in alto – e preparatevi a conoscere un ragazzo già molto popolare, ma poco nazionale. Un italiano che parla quanto serve, e fra una parola e l’altra pensa. Che non promette – finora, più che altro, mantiene. Che non si esalta, non si indigna, non si sforza di piacere, non vuole influenzare nessuno. E che sul mondo di cui ormai fa parte – i nuovi media, lo spettacolo, la moda – non ha idee premasticate: si sta costruendo le sue, senza fretta. Se tutto questo suona strano, è perché lo è. E se sembra poco rispettoso dei nostri sacri costumi, beh, non è detto che sia un male. Così come non è detto che gli italiani di domani debbano essere copie conformi di quelli di ieri. Al contrario, alcuni sono già molto diversi. O almeno lo sembrano, sotto le luci al sodio e nell’acustica essenziale di un campo da tennis.

L’allenamento di un tennista è un’illusione ottica. Sembra tutto molto semplice. Un tecnico a bordo campo lancia con le mani la prima pallina al giocatore o al suo sparring, che da lì in avanti cominciano a scambiare a una velocità crescente, e ormai abbastanza sbalorditiva. Poi uno dei due sbaglia, il giocatore fa un paio di battute col suo coach che osserva in un angolo, e si ricomincia. Per un attimo insomma il tennis sembra tornato quello che era all’inizio della sua storia, un gioco. Ma in realtà stai guardando tutt’altro: la preparazione a uno sport ormai estremo, che richiede a chi lo pratica prestazioni estreme. Tutti quelli che frequentano il circuito sono in grado di fornirle, beninteso, tanto che uno spettatore disinformato fatica a distinguere il campione dallo sparring. Eppure, se ci si concentra sui particolari, la differenza emerge. E – stavolta è il caso di dirlo – viva la differenza. Dal vivo, Jannik Sinner ha già perso l’aria da ragazzino che aveva fino a pochissimi mesi fa. Sembra cambiato persino dalla finale Next Gen di Milano, vinta lo scorso novembre contro un avversario sulla carta molto superiore, Alex de Minaur. È alto, asciutto, e ormai a tanto così da quel fisico adulto che non è sempre detto un adolescente conquisti, e che si considera il primo requisito di un professionista. È anche (molto) sorridente, e si capisce bene perché i media, appena sentito parlare di lui, abbiano cominciato a fregarsi le mani. Ma quello che rischia di stupirli davvero è tutt’altro.

Jannik ha un tennis fluido, bellissimo a vedersi. I colpi di rimbalzo sono potentissimi, il servizio fa spavento, e la velocità di reazione a rete anche. Quello che lascia a bocca aperta però è l’anticipo, che poi è uno dei sintomi più riconoscibili del talento. Come – ve l’ho detto, no? – una macchina predittiva, Jannik sembra capire il colpo in arrivo prima che l’avversario lo giochi: quindi, pur scambiando a un ritmo infernale, è sempre a un passo, due dalla palla. Ma se fosse tutto qui, non basterebbe.

Sul piano tecnico pochissimo separa il numero 300 al mondo dal numero 1, e non a caso quando si chiede a chi conosce il gioco cosa faccia la differenza, ogni volta la risposta è un gesto convenzionale: l’indice puntato alla tempia. Da questo punto di vista, direi che possiamo stare tranquilli. Alla fine dell’allenamento, per consuetudine, giocatore e sparring fanno qualche punto. Appena la minipartita è cominciata, Jannik ha cambiato espressione: via il sorriso non resistibile, dentro una ruga di concentrazione quasi feroce. Lo sparring ha vinto i primi due scambi, e Jannik non l’ha presa affatto bene. Si è incupito anche di più, ha alzato il ritmo, e ha chiuso. «Finché non vincevo non uscivo dal campo», ha detto poi, tornando a sorridere. «Non esiste che chiudo perdendo».

Ormai i tennisti ai piani alti sono multinazionali neanche tanto piccole, cui accedere – superando il cordone di preparatori, coach, fisioterapisti, agenti, addetti stampa e così via – è quasi impossibile. Per fortuna però quella di Sinner è ancora una startup – e per di più italiana, quindi a conduzione familiare. Così, a tavola eravamo pochi: Tom Poljak, l’agente di Jannik, e tre membri del clan Piatti: Rocco – lo sparring di Jannik, che ha quindici anni, e sta facendo strada nel circuito giovanile –, sua madre Gaia, che fra i vari compiti ha i rapporti con i media, e ovviamente suo padre, Riccardo. Fuori dal tennis Riccardo Piatti è solo un nome, ma nel circuito è la migliore approssimazione possibile a una leggenda. È considerato, molto semplicemente, il coach dei migliori, e tutti sanno che quando sceglie un giocatore ha già deciso che lo porterà in alto. Molto.

Al di qua della leggenda, Riccardo è un uomo semplice e gentile, sorridente quanto il suo allievo. Ma, come il suo allievo, poco ben disposto verso il Caso. Appena seduti mi ha mostrato una sequenza di foto sul telefonino. Erano tutti dritti dei soliti sospetti, quelli che conoscete anche voi – più Jannik. Ogni immagine era circondata da frecce e numeri, tracciati personalmente da Riccardo. Indicavano il grado di inclinazione e la traiettoria della racchetta durante il colpo, e anche i coefficienti, spesso minuscoli, su cui lavorare.

Mentre Riccardo mi raccontava qualcosa del suo metodo Jannik, seduto di fronte a me, annuiva. Fra maestro e allievo c’è un’intesa che va molto oltre i numeri, ma che in numeri tende a esprimersi.

La prima cosa che ho chiesto a Jannik è quali obiettivi si ponga per il 2020, visto che per gli italiani, che lo hanno appena scoperto, il traguardo minimo è Parigi, o Wimbledon. «Fare 60 partite», mi ha risposto. Piatti ha annuito. Può sembrare una contabilità esoterica, ma fare 60 partite in una stagione significa andare avanti tre o quattro turni in molti tornei importanti. «E se a gennaio in Australia ne facessi cinque, cambierebbe qualcosa?» (significherebbe arrivare nei quarti del primo Slam dell’anno»). «Che me ne resterebbero 55». (continua)

Leggete l'intervista integrale sul numero di febbraio di Vogue Italia, in edicola dal 6 febbraio 2020

Ecco il podcast con l'intervista completa:

Nella foto di apertura: camicia di seta  Valentino; pantaloni  Nike; orologio (personale di Jannick Sinner)  Rolex. Styling Chiara Spennato. Grooming Fabiana Clavario @ Annapia Lorenzi.

Matteo Codignola, autore di questo articolo, lavora per Adelphi e ha tradotto testi di Patrick McGrath, Mordecai Rich­ler e Patrick Dennis. Il suo ultimo libro è “Vite brevi di tennisti eminenti” (Adelphi, 2018).



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